Pianificare un matrimonio infelice

«Io non e’ che sia contrario al matrimonio, pero’ mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi» Massimo Troisi

 

In generale, ci sono due modi di cominciare un matrimo­nio con l’intento di assicurarsi l’infelicità.

Il primo consi­ste nello sposarsi per le ragioni sbagliate.

La più diffusa tra le ragioni sbagliate per sposarsi è quella di rifugiarsi nel matrimonio per evitare qualcos’al­tro. Spesso il compagno di una vita viene scelto in modo compulsivo per liberarsi di una brutta situazione. Ci sono molte cose dalle quali si potrebbe voler fuggire.

Ci si può voler sposare:

  • per sfuggire alla povertà;
  • per non dover an­dare a scuola;
  • per non dover lavorare per vivere;
  • per voler scap­pare dalla propria famiglia. 

Sfortunatamente, quando il solo scopo di un matrimo­nio è quello di scappare da un’altra situazione, l’unione stessa non ha nessun motivo. Non esistono le basi per go­dersi la compagnia dell’altro da sposati se la scelta non è avvenuta per quello scopo. Non essendosi scelti in base a criteri di compatibilità, i due coniugi nel giro di poche settimane finiranno per trovarsi insopportabili. Litigheranno per decidere chi debba fare le pulizie, per l’ora­rio di rientro…

Se sono particolarmente determinati a essere infelici, i coniugi possono aggiungere una gravidanza alle motivazioni per unirsi in matrimonio. L’aggiunta di un neonato all’ambiente condiviso dalla coppia è come la ciliegina sulla torta: le opportunità per essere infelici aumenteranno esponenzialmente. Il bambino, infatti, può creare ancora più danni della sola coppia:

la sua presenza suscita una notevole rabbia repressa, dovuta all’obbligo incessante di occuparsi di questa creatura non autosuffi­ciente. Possono nascere infinite dispute in merito a chi tocchi fare cosa per il piccolo, e a chi sia da attribuire la colpa per il fatto di averlo avuto, quel bambino.

Il secondo, nello sposare la persona sbagliata.

Sposando la persona sbagliata si hanno quasi le stesse probabilità di essere infelici che si hanno sposandosi per le ragioni sbagliate. Come si fa a scegliere un coniuge correttamente, se si desidera essere infelici? La risposta è semplice, non servono complessi test psicologici di in­compatibilità.

Di base, la scelta di una persona da sposare deve basarsi su due cri­teri:

  • lui o lei devono avere difetti affascinanti che siano diversi dai propri
  • e ci deve essere la volontà di cambiare quella persona e liberarla da quei difetti.

La coppia classica, spesso utilizzata come mo­dello nei corsi di infelicità prematrimoniali, consiste in:

  • una donna eccessivamente seria e responsabile, attratta da un uomo troppo superficiale e irresponsabile. Lei ammira la sicurezza dei modi di lui, la sua voglia di go­dersi la vita e il fatto che è molto divertente. Si è sempre sentita incolpare di essere troppo seria e timida e di non sapersi lasciar andare. Lui la sceglie usando gli stessi cri­teri e spera che lei lo aiuti a correggere al sua tendenza a essere un perdigiorno, dato che desidera mettere la testa a posto. Una volta sposati, i due pianificano di cambiarsi a vicenda;
  • o, viceversa, una donna attiva e carrierista, dalla vivace vita sociale, è attratta da un uomo tranquillo e silenzioso, ti­mido e insicuro. D’altra parte, lui la ama perché lei ha tutto il carattere che gli manca e spera che lei gliene tra­smetta un po’. Una volta sposati, cercheranno immediatamente di cambiarsi a vicenda.

Le variazioni su questo tema sono frequenti.

Come, ad esempio, la Sindrome dell’Ingegnere, così definita perché ten­de a manifestarsi nelle coppie il cui marito sia impiegato nell’industria dell’elettronica. In questa situazione, la moglie sceglie un marito i cui difetti sono opposti ai pro­pri.

Lui è logico, preciso, razionale e relativamente anaffettivo (tranne quando gli si rompe il computer. In quei casi può diventare tanto sconsolato da dover essere rico­verato in ospedale).

Lei è affettuosa, emotiva, capace di piangere quasi a comando e ha la tendenza a gridare e ad agitarsi durante le discussioni su tematiche opinabili, co­me per esempio la sua gestione della casa. Lei, ovvia­mente, viene scelta dal suo uomo proprio perché è capa­ce di esprimere emozioni, una tendenza che lui spera di imparare almeno a simulare.

Il risultato è inevitabile: a mano a mano che iniziano le discussioni, la moglie va fuori di testa e grida. Lui si chiude in se stesso, dicendo: “Perché le donne non riescono a essere razionali e ragio­nevoli?”.

Photo by Ali Yahya on Unsplash


L’idea di descrivere i meccanismi per complicare i problemi anziché quelli per risolverli deriva dalla consapevolezza clinica che gli esseri umani sono prima artefici e poi vittime delle realtà che costruiscono. Come ricorda Von Foerster (2001), «la realtà non è che la costruzione di coloro che credono di averla scoperta e analizza­ta. Ciò che viene ipoteticamente scoperto è un’invenzione, il cui inventore è inconsapevole del proprio inventare e considera la realtà come qualcosa che esiste indipendente­mente da sé».

Negli ultimi trent’anni il sistematico processo di «ricerca-intervento» portato avanti dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo, ha permesso di individuare una serie di «tentate soluzioni» messe in atto con l’intento di risolvere  i problemi ma che, in realtà, anziché risolverli, li alimen­tano trasformandoli in vere e proprie patologie (Watzlawick e Nardone, 1997).

Solo se ci si occupa di come i sistemi umani costruiscono i problemi e persistono nel mantenerli si puo’ arrivare a progettare e applicare pratiche strategie di intervento capaci di produrre rapidi e risolutivi cambiamenti in tali sistemi.


 

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