ANGINOFOBIA: la paura di soffocare mangiando o bevendo

La paura del soffocamento è relativamente diffusa. Chi ne soffre non sopporta di dover inghiottire alimenti che non siano semiliquidi oppure a piccoli bocconi, masticati a lungo. Difficilmente sopporta di avere qualcosa di consistente in bocca: magari riesce a utilizzare lo spazzolino da denti, ma non tollera le cure dentarie. Fa fatica anche ad assumere compresse e perle troppo grosse. Non puo’ portare il dolcevita, la cravatta, ed è molto angosciato non appena contrae una forma blanda di angina o un’infezione otorinolaringoiatrica, che gli procura una sensazione inquietante di difficoltà respiratoria. Il suo incubo peggiore è ovviamente morire soffocati da un boccone andato di traverso o vittima di un edema della glottide dopo essere stato punto da un vespa nascosta in un grappolo d’uva. 

L’anginofobia non va confusa con la disfagia o con la iper-riflessia faringea, due disturbi della deglutizione non assimilabili al disturbo in questione.

Chi ne soffre inizia a mettere in atto una serie di tentate soluzioni fallimentari che vanno dall’evitamento dei pasti (soprattutto se in compagnia) allo sforzarsi di mangiare piu’ di quello che vorrebbero.

Diventa impossibile per loro andare al ristorante o accettare un invito a cena da amici. In alternativa, si assicurano di saziarsi prima di uscire di casa per evitare di essere osservati mentre mangiano. Se costretti a mangiare in compagnia o quando restano a casa, il controllo avviene attraverso dei rituali ossessivo preventivi come ad esempio dissezionare meticolosamente gli alimenti nel piatto, selezionare ripetutamente il cibo da portare in bocca, preparare il boccone con quantitativi infinitesimali, masticare per un tempo infinito e assumere quantità spropositate di liquidi rispetto al cibo per favorirne la sua «discesa», o infine, trattenere addirittura il respiro per essere sicuri di mandare il bolo «nel verso giusto».

La paura di morire soffocati si trasforma ben presto in un controllo ossessivo dell’intera sequenza di selezione, ricerca, preparazione e consumo degli alimenti al fine di prevenire un eventuale tragica morte per soffocamento.

In pratica, iniziano a soffermarsi sull’idea che un boccone puo’ andare di traverso soffocandoli e, già prima di metterne in bocca uno, l’idea si traduce in una serie di reazioni fisiologiche (es. aumento della frequenza della deglutizione, contrazione involontaria della laringe, incremento della frequenza respiratoria…) che ne confermano a ritroso la veridicità. Infatti, deglutire ripetutamente a secco darà l’impressione di avere un groppo in gola che obbligherà a inghiottire sempre più (provate per un attimo a soffermarvi col pensiero sull’atto del deglutire e noterete immediatamente una modifica della sua frequenza e fluidità spontanea: l’atto stesso dell’osservazione altera cio’ che viene osservato.

In breve tempo il controllo ossessivo dell’atto di deglutire («sono io che deglutisco») farà perdere quella sicurezza istintiva («qualcosa in me deglutisce») che tutti hanno prima di volerla controllare. Nel momento in cui la coscienza comincia a voler interferire sugli automatismi spontanei, si crea un vero e proprio cortocircuito paradossale di paura →sensazioni allarmanti →tentativo di controllo volontario delle sensazioni →alterazioni delle funzioni spontanee →aumento della paura →incremento del controllo

Il meccanismo di persistenza del problema funziona secondo una logica paradossale che puo’ essere definita come «controllo che fa perdere il controllo», ovvero nel tentativo di mantenere il controllo, lo perdo e creo cio’ che mi spaventa.

A tal proposito si racconta in un’antica storia che una volta una formica chiese ad un millepiedi: «Mi vuoi dire come fai a camminare cosi’ bene con mille piedi insieme, mi spieghi come riesci a controllarli tutti contemporaneamente?» Il millepiedi comincio’ a pensarci su e non riusci’ piu’ a camminare;

Non solo, col passare del tempo la gamma alimentare diviene sempre più ristretta e il controllo ossessivo della deglutizione arriva ad essere più importante del gusto degli alimenti. Cio’ inevitabilmente conduce alla perdita progressiva della capacità di degustare e assaporare a pieno i cibi che ci si concede. Il modo in cui si mastica e si assapora, infatti, a parità di qualità o quantità degli alimenti, influenza moltissimo la soddisfazione rispetto al pasto che si sta consumando e quindi il riflesso stesso della deglutizione.

La causa produce degli effetti e gli effetti, a loro volta, diventano causa retroagendo sulla causa iniziale (che diventa effetto). Cio’ evidenzia, ancora una volta, come non esista nessun nesso logico di causalità tra come un problema si è formato e la sua risoluzione poichè causa ed effetti interagiscono tra loro in un processo circolare e dinamico di reciproco influenzamento.

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