Tristezza o Depressione?

Talvolta il Disturbo Depressivo Maggiore (DDM) fa onore al suo nome infausto; talvolta, invece, no. Nella sua forma più acuta il DDM è una delle peggiori cause di sofferenza per l’umanità, una sofferenza psicologica difficile da immaginare.

Tuttavia, molte delle manifesta­zioni che passano per Disturbo Depressivo Maggiore non sono davvero «maggiori», né «depressive» e nemmeno si tratta di «disturbi». Una pratica diagnostica superficiale ha creato una falsa epidemia di DDM. La trasformazione di prevedibili stati di tri­stezza in depressione clinica ci ha resi una popolazione di ingoia-pillole imbottiti di farmaci.

La definizione di DDM presenta un difetto fatale. Siccome il set di criteri che definisce le depressioni più gravi e quelle meno gravi è lo stesso, è stato scritto per rispondere alle esigenze di entrambi. La definizione di DDM funziona bene con le depressioni gravi, mentre nel caso di quelle lievi ha portato a un’in­quietante trasformazione dell’infelicità quotidiana, del tutto nor­male, in disturbo mentale.

«Depressione Maggiore lieve» è una contraddizione di termini; i due aggettivi «lieve» e «maggiore» si trovano giustapposti in modo goffo e incoerente. La goffaggine semantica riflette un di­lemma diagnostico. Non c’è modo di segnare un confine netto tra le forme più lievi di depressione clinica e le forme più gravi di ba­nale e normale tristezza. Se si cerca di diagnosticare qualcuno che soffre davvero di Depressione Maggiore, inevitabilmente si fini­sce per diagnosticare in modo sbagliato persone che stanno sem­plicemente attraversando un periodo difficile nella loro vita, e que­sto non richiede né etichette mediche né terapia.

Tristezza non dovrebbe essere sinonimo di malattia. Non esiste una diagnosi per ogni delusione né una pasticca per ogni problema di vita. Le difficoltà esistenziali – divorzio, malattia, perdita del la­voro, problemi economici, conflitti interpersonali – non possono essere risolte con una ricetta. E le nostre reazioni naturali – tristezza, insoddisfazione e scoraggiamento – non dovrebbero essere medicalizzate come disturbo mentale o curate con una pasticca. Di solito siamo naturalmente resilienti, ci lecchiamo le ferite, mettiamo in moto le nostre risorse e i nostri amici e andiamo avanti. La capacità di pro­vare dolore psicologico ha un grande potere adattativo e ha lo stesso scopo del dolore fisico: segnala che qualcosa è andato storto. Trasformando il dolore psicologico in disturbo mentale, si finiremo per cambiare radicalmente noi stessi, impoverendo il ventaglio delle nostre esperienze.

Se non riusciamo a sopportare la tristezza, non siamo neanche in grado di essere felici! 

L’«epidemia» di DDM, alla cui base ci sono definizioni troppo vaghe, è stata poi incrementata dal riduzionismo biologico dei medici, i quali si sono bevuti la favola che qualsiasi forma di depressione derivi da uno squilibrio chimico nel cervello e perciò richieda di essere aggiustata a livello chimico pre­scrivendo un farmaco antidepressivo.  

Per una percentuale signifi­cativa di persone, con sintomi lievi e passeggeri, gli inibitori della ri­captazione della serotonina non sono davvero nulla più di placebo molto costoso e potenzialmente pericoloso. 

Milioni di per­sone prendono farmaci di cui non hanno bisogno a causa di una diagnosi di cui non soffrono, in base all’ipotesi sbagliata dello squilibrio chimico (U.S. Census Bureau 2005; Parker 2007; Horwitz c Wakefield 2007).

Ci sono modi migliori di affrontare la tristezza.

Ovviamente, questo non vale quando si ha un caso di depres­sione persistente o più grave. I farmaci sarebbero di grandissimo aiuto in queste isolate situazioni, in cui davvero ce n’è un bisogno disperato, e invece ven­gono commercializzati aggressivamente solo per le situazioni in cui non ce n’è nessun bisogno.

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