Litigare senza farlo bene

«…e non parlare mentre ti interrompo!»

 

Le liti sono il contributo della natura per mantenere vivo un matrimonio. L’infelicità coniugale necessita di liti che:

  • non risolvano mai alcun problema;
  • e che si ripetano più e più volte.

Infatti, se un problema dovesse essere ri­solto litigando, sarebbe necessario trovare subito un nuo­vo argomento sul quale litigare la volta successiva e la maggior parte delle coppie non ha le energie o l’immagi­nazione per trovare sempre nuovi motivi per litigare. Meglio avere un certo numero di questioni irrisolte e trasci­narle per tutta la durata del matrimonio.

I due modi per far terminare una lite in modo che questa si riproponga sono diametralmente opposti:

  • ritirarsi e tenere il broncio;

La fuga è il modo più efficace per terminare una lite senza risolvere niente. Se la coppia si ritira nel silenzio dopo ogni discussione, problemi molto seri possono essere nutriti e tenuti in au­ge per molti anni. A volte, sospendere il mutismo per ri­prendere a litigare può essere un problema. Con le cop­pie più estreme, il silenzio si interrompe solo quando uno dei figli si rompe una gamba o in caso di terremoto. Il record è de­tenuto dalla moglie che ha avuto da ridire sul modo in cui il marito ha detto “Lo voglio” alla cerimonia di nozze e non gli ha rivolto più la parola per tutta la durata del loro rapporto.

  • portare la lite alle estreme conseguenze in una escala­tion di violenza in modo da terminare la discussione con sgomento e imbarazzo, ma senza risolvere alcunché.

La violenza è l’altro estremo al quale la coppia può ri­correre per far proseguire le liti senza giungere ad alcuna conclusione. Meglio cominciare in piccolo, per esempio con un pugno sul braccio, per poi aumentare progressivamente fino a rompersi vicendevolmente il na­so nel giro di qualche mese. Come per ogni tipo di bruta­lità, procedere per gradi è essenziale: ogni livello va esplo­rato finché entrambi non ci si sono abituati. Il successivo livello di violenza, in questo modo, non sembrerà poi particolarmente irragionevole. 

PSICO SOLUZIONI

Gli esperti di comunicazione sanno benissimo che non si litiga mai per quello che si dice ma per come lo si dice. Smettere di litigare non implica, quindi, la trasformazione del contenuto, ma della cornice entro la quale si litiga, che a sua volta comporta la trasformazione del contenuto.

Nel valutare le situazioni interpersonali, dobbiamo sempre considerare il fatto che le reazio­ni di un partner al comportamento dell’altro influenzeranno il comportamento successivo di questo e che, a sua volta, l’ulteriore effetto di tale comportamento influenzerà quello del primo, e cosi via…

Quando si verifica questa sorta di circolarità d’azione fra le diverse parti di un sistema dinamico, non è piu’ possibile isolare una causa e un effetto perchè non c’è piu’ un inizio e non c’è piu’ una fine. Anzi, cercare di comprendere «chi ha generato cosa» porterebbe a «muoversi» inevitabilmente in un senso o nell’altro, il che è sempre relativamente arbitrario e, quindi, fonte di ulteriore disaccordo: 

Se la moglie dice che insulta il marito perché lui la picchia e se il marito dice che la picchia perché lei lo insulta, cercare di attribuire la colpa ad uno dei due è arbitrario quanto il tentare di stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina.

Il trucco per smettere di litigare col proprio partner non consiste, dunque, nel capire chi ha torto o ragione, ma nel prendersi di proposito del tempo per litigare «meglio». Scegliere con cura dove farlo e quando farlo, consente di mantenere intatto il contenuto del litigio (che abbiamo visto essere inestricabile) e, allo stesso tempo, di modificare la cornice entro la quale avviene. Per questo solo fatto, all’improvviso, i partners smettono di focalizzarsi sul contenuto del diverbio e iniziano a notare il processo stesso del litigio, che poi altro non è che il motivo per cui si litiga. Ovvero, ai partner diventa manifesto, senza che nessuno dei due debba segnalarlo all’altro, che si litiga non per cio’ che si litiga ma per come si litiga.

Ciò che non s’interrompe anzi, si pianifica, è portato a «dispiegarsi», «ispessirsi», «addensarsi» e, per accumulazione regolare, a prendere sem­pre più consistenza fino al punto da smettere di essere naturale. Il cambiamento deriva allora spontaneamente, co­me conseguenza, senza che si debba far pressione sulla situazio­ne, ma per semplice prolungamento del pro­cesso, per sedimentazione progressiva.

Non si cerca di imporre l’effetto, ma si lascia che l’effetto si imponga da sé.

In questo modo, non sono piu «Io» e non sei piu’ «Tu» a voler smettere di litigare, ma è la situazione, progressivamente, ad implicarlo. Se l’attenzione viene spontaneamente attirata da un aspetto particolare di un gioco, esso smette di essere quel gioco che era prima. Ora si vede qualcosa di diverso e non si puo’ continuare piu’ a giocare ingenuamente, come prima. E su questo non si puo’ che essere d’accordo entrambi!

 La realtà è già inclinata, non serve forzarla, basta assecondarla.

«Nelle discussioni con mia moglie non riesco mai a vincerne una, anzi a pensarci bene non arrivo mai neppure secondo» Eduardo De Filippo

Photo by Jez Timms on Unsplash


L’idea di descrivere i meccanismi per complicare i problemi anziché quelli per risolverli deriva dalla consapevolezza clinica che gli esseri umani sono prima artefici e poi vittime delle realtà che costruiscono. Come ricorda Von Foerster (2001), «la realtà non è che la costruzione di coloro che credono di averla scoperta e analizza­ta. Ciò che viene ipoteticamente scoperto è un’invenzione, il cui inventore è inconsapevole del proprio inventare e considera la realtà come qualcosa che esiste indipendente­mente da sé».

Negli ultimi trent’anni il sistematico processo di «ricerca-intervento» portato avanti dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo, ha permesso di individuare una serie di «tentate soluzioni» messe in atto con l’intento di risolvere  i problemi ma che, in realtà, anziché risolverli, li alimen­tano trasformandoli in vere e proprie patologie (Watzlawick e Nardone, 1997).

Solo se ci si occupa di come i sistemi umani costruiscono i problemi e persistono nel mantenerli si puo’ arrivare a progettare e applicare pratiche strategie di intervento capaci di produrre rapidi e risolutivi cambiamenti in tali sistemi.


 

Annunci