MISOFONIA: l’intolleranza ai suoni

In Colorado c’è un uomo che è a dir poco infastidito dal rumore degli aerei che arrivano e partono dall’aeroporto di Denver, a una cinquantina di chilometri da casa sua. Fino a che punto lo irritano, esattamente? Secondo un recente studio, nel 2015 ha mandato 3.555 dei 4.870 reclami ricevuti dall’aeroporto. E non è un caso unico. Cinque persone hanno mandato il 61 per cento dei reclami all’aeroporto di Portland, e a Washington due persone che abitano nella stessa casa in un anno hanno inviato 6.852 lettere di protesta all’aeroporto nazionale Ronald Reagan.

Questi episodi del tutto reali illustrano molto bene una caratteristica fondamentale della misofonia: lamentarsi alimenta la percezione e quindi l’irritazione per quello di cui ci si lamenta. Se non avessero mandato tutte quelle lettere, molto probabilmente avrebbero avuto una percezione meno acuta del rumore che li ha spinti a scrivere altre lettere di protesta. E forse, dopo un po’, non ci avrebbero nemmeno fatto piu’ caso.

Il termine «misofonia» è stato introdotto in letteratura nel 2002 dal gruppo di lavoro di Pawel Jastreboff per indicare quei pazienti che reagivano negativamente solo verso determinati suoni e non riportavano miglioramenti quando trattati come iperacusici (Jastreboff & Jastreboff, 2014). Pur riconoscendo come comune denominatore la ridotta tolleranza ai suoni (Decrease Sound Tolerance, DST) presente sia nell’iperacusia (ipersensibilità generica verso i suoni) che nella misofonia, quest’ultimo disturbo è caratterizzato dalla presenza di un’importante reazione emotiva, generalmente rabbia, disgusto o ansia, in risposta a stimoli uditivi con caratteristiche di specificità.

La reazione emotiva può essere anticipata o accompagnata da stimoli visivi e, in questo caso, il disturbo prende il nome «misokinesia» (Schröder et al., 2013).

Nella misofonia, a differenza dell’iperacusia, la reazione dipende dal contesto in cui il suono è presente o dalla persona che lo emette e non dalle caratteristiche fisiche del suono stesso (Jastreboff & Jastreboff, 2014). I suoni comunemente riconosciuti come trigger sono quelli prodotti:

  • dalla bocca (es. masticazione),
  • dal naso (es. starnutire, respirare)
  • e altri ripetitivi tipo giocare con il click della penna o il rumore della tastiera quando si scrive al computer (Eldestein et al., 2013; Jastreboff & Jastreboff, 2014; Schröder et al., 2013).

Tra le varie «tentate soluzioni che non risolvono» messe in atto da chi ne soffre vi è quello di rimanere il meno possibile a contatto con l’evento trigger (scatenante). Ma l’evitamento non funziona perchè restano in uno stato di tensione anche quando il rumore non c’è, in attesa che il silenzio sia prima o poi interrotto. Non solo, l’evitamento alimenta anche il pensiero che i propri bisogni non siano importanti per le persone vicino a sè («mi chiedo perché lo fanno, perché non smettono? Come si permettono?»). Oppure, nel caso in cui sono costretti a condividere gli spazi, tentano di coprire i suoni insopportabili o cercano di non guardare chi li emette con la conseguenza di creare un «effetto calamita» per cui la propria attenzione va tutta lì, anzichè altrove.

Ma la tentata soluzione fallimentare principale resta quella di sforzarsi di rimanere calmi («paradosso del sii spontaneo») che innesca il desiderio di essere violenti verso la persona che compie determinati gesti o emette certi suoni (Bernstein et al., 2013). Le reazioni fisiche associate possono manifestarsi in tachicardia, ipertensione, rigidità muscolare, dispnea, sudorazione, ipertermia (Cavanna & Seri, 2015). E come se non bastasse, dopo essersi sfogati attraverso una momentanea quanto illusoria catarsi emotiva, arrivano anche i sensi di colpa. La vita quotidiana, nei casi più gravi, è compromessa, caratterizzata da evitamenti e difficoltà nella gestione delle relazioni interpersonali (Bernstein et al., 2013; Cavanna & Seri, 2015).

La misofonia generalmente insorge nella tarda infanzia (Cavanna & Seri, 2015; Eldestein et al., 2013; Schröder et al., 2013) e coinvolge inizialmente le persone più vicine, come i membri della famiglia (Bernstein et al., 2013).

A tal proposito, un ruolo importante nel mantenimento del problema è svolto da famigliari e amici che, con le migliori intenzioni producono gli effetti peggiori. Di solito, pur di evitare reazioni esagerate del proprio famigliare, si adeguano per fare meno rumori possibili. Ma la ricerca dimostra che prodigarsi per far evitare le emozioni negative non serve nemmeno a proteggerlo da esse, per ragioni spiegate dallo scrittore e monaco trap­pista Thomas Merton nell’autobiografia La montagna dalle sette balze: «La verità, che molti comprendono solo troppo tardi, è infatti che più si cerca di evitare la sofferenza più si soffre, perché si incomincia a subire la tortura delle cose minori e più insignificanti, in proporzione diretta al timore che si ha di rimanere feriti».

PSICO SOLUZIONI

Per la cultura dello stratagemma lo scontro diretto col «nemico» (in questo caso i suoni poco tollerati o chi li emette) è oneroso, rischioso e distruttivo. Inoltre, la contrapposizione frontale costituisce il miglior punto d’appoggio per una strenua resistenza da parte di cio’ che si vorrebbe ridimensionare.

Ecco perché la migliore strategia possi­bile non cerca lo scontro aperto ma colpisce il nemico dall’interno attraverso la destabilizzazione, ad esempio minando il potere di evocare in noi reazioni incontrollate. In quest’ottica la conoscenza dell’altro e della sua natura, è strategica.

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