Depressione: quando i farmaci?

«Non si conoscono che le cose che si addomesticano. Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di benessere, gli uomini non hanno più benessere»

«La gente qui crede nei farmaci e ritiene che la prescrizione del farmaco sia il fine ultimo di una buona pratica medica» scrisse lo psichiatra Meyer al governatore dell’Illinois nel 1895.

Tutto cio’ è assolutamente comprensibile da parte dei pazienti, perchè di fronte ad eventi che non si è in grado di gestire, si tende ad affidarsi, attraverso un processo di autoinganno psicologico, a prodotti e oggetti «magici» in grado di proteggerci e renderci forti:

es. un’altra persona, una credenza religiosa, una sostanza miracolosa etc…

Meno comprensibile se a prescriverli, anche quando non sono strettamente necessari, sono i medici stessi. Premesso che, a volte, i farmaci sono davvero indispensabili, quando lo sono meno, il loro utilizzo inappropriato non fa altro che incrementare un senso di incapacità personale e di sfiducia nelle proprie risorse. Questo semplicemente perchè non esiste al mondo «pillola magica» o «sostanza miracolosa» in grado di fare cio’ che nessun altro puo’ fare al proprio posto!

In generale, le linee guida internazionali suggeriscono che si puo’ ricorrere ai farmaci in prima istanza quando si verifichino le seguenti circostanze:

  • Depressione severa;
  • La persona ha già sofferto di almeno 2 episodi in passato;
  • C’è una storia familiare di depressione;
  • La persona che chiede aiuto afferma di preferire i farmaci rifiutando la psicoterapia.

N.B.

  • Considerare insieme al proprio medico curante un cambiamento di farmaco se non si notano effetti positivi entro 6 settimane;
  • Se l’episodio si risolve, si raccomanda di continuare con lo stesso dosaggio per almeno 4 mesi ma per non piu’ di 9 mesi!

Un aspetto, a dir poco paradossale, è quello di considerare, in ambiente sanitario, la psicoterapia solo come un elemento accessorio al farmaco, un elemento di contorno che ha lo scopo di supportare i familiari del paziente depresso o aiutare il paziente stesso a “digerire” gli effetti collaterali dei farmaci, considerati imprescindibili. E lo sono, in alcuni selezionatissimi casi, ad esempio di soggetti poco responsivi alla psicoterapia, dove possono contribuire a migliorare la compliance alla psicoterapia stessa. Il problema è che, nella realtà, avviene esattamente il contrario: si utilizza la psicoterapia per migliorare la compliance ai farmaci!

Di solito lo schema è il seguente:

PROBLEMA: Arriva un paziente che, in genere, si auto-definisce depresso;

TENTATE SOLUZIONI: Vengono prescritti dei farmaci antidepressivi. Come se esistesse un’unica condizione o un’unica malattia definita «Depressione» e non una miriade di fattori scatenanti un abbassamento drammatico dell’umore.

PROBLEMI CREATI DALLE TENTATE SOLUZIONI: Proprio perché esistono tante depressioni e non un’unica condizione che vale per tutti, l’utilizzo indiscriminato di farmaci per qualsiasi  situazione depressiva non fa altro che:

Mascherare i problemi che necessitano invece di aiuto. Ovvero, i farmaci focalizzano l’attenzione sull’eliminazione artificiale della tristezza soggettiva, anziché sui meccanismi che inducono la persistenza di tale situazione;

Posticipare o impedire lo sviluppo di strategie di autogestione piu’ efficaci e sofisticate rendendo cosi’ molto piu’ probabili le ricadute;

Rinforzare la sensazione di essere fuori controllo e incapaci di gestire autonomamente le proprie emozioni;

Infine, possono comportare sgradevoli effetti collaterali o gravi complicazioni in pazienti affetti da altre patologie;

PROBLEMI CREATI DAI PROBLEMI CREATI DALLE TENTATE SOLUZIONI CHE COMPLICANO IL PROBLEMA INIZIALE: Alla visita di controllo, il medico, convinto del fatto che i farmaci funzionino benissimo, o cambia farmaco o si convince che siano solo la fragilità e l’incostanza del paziente ad aver portato al fallimento. Il paziente, assecondando lo schema del medico, si sente in colpa, si demotiva e puo’ abbandonare la terapia peggiorando ulteriormente lo stato depressivo iniziale.

PROBLEMA CREATO DAI PROBLEMI CREATI DAI PROBLEMI CREATI DALLE TENTATE SOLUZIONI CHE COMPLICANO ULTERIORMENTE IL PROBLEMA INIZIALE: E come se non fosse già abbastanza, spesso a questo livello si richiede anche l’intervento degli psicologi, ma non per agire sui meccanismi che inducono la persistenza di tale situa­zione, bensi’ per utilizzarli come parte dello schema di soluzione disfunzionale che in realtà mantiene il problema anzichè risolverlo: il loro apporto è considerato solo nell’intento di indurre nel paziente la forza mentale sufficiente a resistere agli effetti collaterali dei farmaci, come se il problema fosse il paziente e non la soluzione adottata!

Per dirla alla F. Nietzsche: «Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica».

In pratica, c’è un problema, si utilizza una soluzione che crea ulteriori problemi, e si cerca di risolvere i problemi creati dalla soluzione che non ha funzionato anziché intervenire sul problema iniziale!

In ogni caso il paziente, una volta abbandonato il farmaco, spesso torna ad essere depresso, con la differenza che ora ha sviluppato anche un senso di impotenza perché convinto di non disporre delle risorse necessarie per fronteggiare con le proprie forze uno stato di profonda tristezza.

Ancora una volta, «Non si conoscono che le cose che si addomesticano. Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di benessere, gli uomini non hanno più benessere»

NOTA A.I.F.A*. del 16/05/2017 sulla sicurezza degli antidepressivi

«Si ritiene utile richiamare l’attenzione dei medici prescrittori circa l’utilizzo dei medicinali antidepressivi ed in particolare sulla pericolosità in bambini ed adolescenti.

Si ricorda che nelle informazioni relative a questi medicinali (Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto e Foglio Illustrativo) è stato segnalato che la paroxetina non deve essere usata per il trattamento di bambini e adolescenti al di sotto dei 18 anni di età per mancanza di significativi dati di efficacia a fronte di un aumentato rischio di comportamento suicidario e atteggiamento ostile. Questa informazione è stata inserita a seguito della revisione europea in merito alla sicurezza di Paroxetina ed altri antidepressivi in età pediatrica conclusa nel marzo 2005.

Si sottolinea che nel corso della revisione periodica della sicurezza dei medicinali a base di Paroxetina, condotta a livello europeo nel marzo 2014, il rischio suicidario in bambini e adolescenti è stato inserito come rischio potenziale importante da approfondire e monitorare nel tempo, considerato che il medicinale non è indicato in tale popolazione.

Da un’analisi della letteratura, inoltre, nell’anno 2016 sono state pubblicate due metanalisi dei dati provenienti dai trial clinici randomizzati sull’efficacia e la sicurezza degli antidepressivi in età pediatrica. Una prima metanalisi dei dati relativi al rischio suicidario e all’aggressività provenienti dai principali studi sulla paroxetina ed altri inibitori della ricaptazione della serotonina e della serotonina/noradrenalina, ha evidenziato un rischio doppio nei bambini e negli adolescenti rispetto agli adulti. Una seconda metanalisi dei dati relativi all’efficacia ed alla sicurezza degli antidepressivi in età pediatrica per il trattamento della depressione maggiore, ha osservato come solo la fluoxetina abbia raggiunto la significatività per i parametri di efficacia confermando le problematiche di sicurezza.

Pertanto, si raccomanda di attenersi scrupolosamente a quanto già riportato nel foglio illustrativo e nel Riassunto delle caratteristiche del Prodotto dei medicinali contenenti paroxetina, come ribadito dal Tavolo Tecnico sugli antidepressivi nei bambini e negli adolescenti  istituito dal Ministro della Salute Lorenzin nel novembre 2015»

*A.I.F.A. Agenzia Italiana del Farmaco

COME PERSISTE

PSICO SOLUZIONI

I FARMACI ANTIDEPRESSIVI: IL CROLLO DI UN MITO


BIBLIOGRAFIA:

Michael D. Yapko (2002), Rompere gli schemi della depressione. La terapia in tempi brevi applicata alla depressione, Traduzione di Bannella F., Milano: Ponte alle Grazie.


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