Paura d’impazzire: la psicofobia

«La smania di impazzire è una ragione sufficiente di sanità: chi è matto vuol convincere di essere normale mentre chi è normale vuol convincere di esser matto»

Con il termine psicofobia s’intende il timore di ammalarsi di una vera patologia mentale.

Questo timore può assu­mere forme tali e può divenire talmente dominante da rappresentare esso stesso un problema. Infatti chi non riesce a trovare qualche cosa di abnorme in se stes­so, non appena si osservi per un tempo abbastanza lungo e con sufficiente intensità, ben presto troverà quello che temeva. Quando un sistema si auto-osserva, non puo’ farlo senza influenzarsi e non puo’ non auto-influenzarsi osservandosi.

Ogni individuo ha naturalmente una deviazione qualsiasi dalla norma, perchè la norma ideale esiste solo sulla carta.

Ciò che però è stato scoperto, e anche in certoqual modo fissato con l’auto-osservazione, viene per forza au­mentato e ingigantito dalla lente d’ingrandimento posta su di esso. Banali particolarità caratterologiche vengono interpretate subito come sintomi o prodromi di alienazione mentale.

Qui entra in azione il ben noto meccanismo dell’ansia d’attesa e ben presto si forma un cir­colo vizioso:

ciò che l’ossessivo prima aveva constatato con l’osservazione;

ciò che poi aveva esagerato con l’aumentata auto-osservazione;

quello stesso fatto ora lo incomincia a temere a causa della sua psicosofobia;

ed inizia a lottare contro ciò che teme.

Ma è proprio questa lotta contro sintomi che crede psico­tici o anche solo nevrotici ad esagerarli e a farli comparire con sempre maggiore frequenza. L’attenzione del soggetto viene centrata dalla sua stessa psicosofobia con intensità cre­scente su quei sintomi che ritiene pur tanto pericolosi e che for­mano in un crescendo continuo il contenuto dei suoi pensieri e finiscono con l’occupare completamente tutte le sue facoltà.

Anzi già la tendenza stessa all’auto-osservazione viene ritenuta come qualche cosa di patologico, come dissociazione psichica o segno di schizofrenia. Ovvero ci si convince di essere anomarli per il solo fatto di pensarlo.

C’è chi crede che in lui c’è qualcosa che non va per il semplice fatto di avere il dubbio che in lui ci sia qualcosa che non va. Ma, in lui, una delle cose che non va non è il fatto che in lui ci sia qualcosa che non va, ma che lui creda che in lui ci sia qualcosa che non va!

Di solito, alla base del timore di essere pazzi vi è la ricerca dell’assoluta certezza di essere normali. Ma la domanda «come faccio ad avere la sicurezza di essere perfettamente sano di mente» è intrinsecamente scorretta. Il problema non è come ma se «esiste un modo per avere la certezza di esser sani di mente».

Il costrutto di sanità mentale è solo un escamotage linguistico indimostrabile nei fatti e che obbliga a rifugiarsi dietro una serie di altre categorie diagnostiche, spesso altrettanto contestabili.

Ciò che avviene da sempre in psichiatria, ovvero dedurre ciò che è sano attraverso l’insano, e quindi il fatto che si possa distinguere chi sta bene da chi sta male a livello psichico e comportamentale in virtù dei sintomi e disturbi presenti, è un errore metodolo­gico piuttosto grave, anche se rimane il criterio fondamen­tale di indagine di questa disciplina. 

Se non ho sintomi, infatti, non è detto che sia sano. L’assenza di prove non è prova dell’assenza.

Non solo, paradossalmente la ricerca di un criterio per stabilire che non si è pazzi porta ad esperire sensazioni strane, anomale e, quindi, a pensare di essere anormali. La ricerca di un criterio di sanità porta all’insanità. 

Quando, l’unica prova effettiva per stabilire di esser sani di mente è comportarsi come si comporta un sano di mente.

Questa è un’affermazione referenziale e tautologica, ma è il prodotto di un interrogativo indecidibile, ovvero un dilemma a cui non è possibile dare una risposta assolutamente esatta, perché i criteri della ragione non sono suf­ficienti a sciogliere il dubbio che sta dietro al quesito.

«L’unico modo per stabilire di essere normali è far finta di esserlo»

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