L’arrivo dei figli

Con l’arrivo di un figlio, arriva­no anche nuove possibilità per le coppie che erano sul punto di separarsi a causa della scarsa infelicità. La si può vedere così:

Quando due persone s’incontrano, san­no di poter smettere di vedersi quando vogliono.

Quan­do si fidanzano, pensano che se le cose non funzioneran­no potranno fare a meno di sposarsi.

Il giorno delle noz­ze pensano: “Divorziare è facile. Se le cose non dovesse­ro funzionare, romperemo, anche se al matrimonio è ve­nuta tutta questa gente”.

Tuttavia, quando nasce un bambino, la coppia ha nuove responsabilità che costringono i due coniugi a stare insieme a soffrire, offrendo loro nuove, meravigliose scuse per litigare. Perfino la decisione di concepire o meno un bambino, o di tenerlo o meno una volta concepito, è occasione di intense discussioni.

Ci sono due maniere tipiche per accrescere la soffe­renza quando sta per nascere un bambino:

  1. La moglie può cominciare a ignorare del tutto il marito, per occuparsi solo della nuova vita che cresce dentro di lei. Quando il marito torna a casa dal lavoro di­cendo: “Oggi è successa la cosa più importante della mia vita”, la moglie può ribattere: “Oh, che bello, caro. Vie­ni, vuoi sentire il piccolo che scalcia?”.
  2. Viceversa, il ma­rito può comportarsi come se non stessero aspettando un bambino. Quando la moglie torna a casa dal lavoro esausta, al nono mese di gravidanza, lui può farle notare che lei non ha più la cura di un tempo per la casa e che sta trascurando i suoi doveri. Mentre la moglie incoraggia il marito a pentirsi di aver voluto un figlio, il marito può aumentare l’infelicità coniugale in un modo che è così diffuso da essersi merita­to una definizione antropologica. In questa fase, la moglie si sente poco attraente, goffa, non bella. Il marito deve ap­profittare di questo periodo per cominciare a godersi i piaceri della vita. Può scomparire in compagnia di altre donne, darsi all’alcol, uscire di casa quando lei ha più bi­sogno di lui e in generale condividere l’esperienza della gravidanza senza essere presente. Mentre lei partorisce in una parte del mondo, lui può andare a caccia all’altra parte del mondo. Que­sta ripartizione delle incombenze stabilisce le fondamen­ta per anni e anni di sofferenza coniugale. È la dimostra­zione di come un figlio possa essere usato come fonte di infelicità ancora prima di poter parlare o fare danni.

L’apparizione della testa del bambino, che si unisce alla compagnia dei genitori, è un presagio delle opportu­nità a venire. Ovviamente un bambino che piange e tiene il broncio è utilissimo per rendere penosa la vita dei ge­nitori, ma è possibile stare male anche con un figlio buo­no e allegro? Migliaia di coppie testimoniano che è pos­sibile. Non solo il bambino felice fornisce infinite occa­sioni per stare con lui ignorando il coniuge e per litigare sul suo possesso, ma i parenti calano sulla famiglia come lupi sul gregge, rinverdendo la tematica delle liti interfamiliari. Il bambino ha miracolosamente messo al mondo quattro nonni, che sono più che mai motivati a ripristi­nare le antiche dispute. I nonni sono particolarmente utili non solo per litigare sul modo migliore per crescere un bambino, ma anche sulla sua paternità.

Ci sono così tanti modi per litigare in merito a un bam­bino che è stata creata una terapia apposita, la terapia infantile. In genere, però, le dispute sono di due tipi principali:

  • quelle in cui le liti coniugali sono declinate in funzione dei figli;
  • e quelle in cui i figli sono incolpati delle liti stesse.

Usare i bambini per veicolare i conflitti matrimoniali è qualcosa che molte coppie imparano presto a fare.

Se la moglie è in lotta con il marito per il modo in cui lui la giudica in quanto donna, lei può discutere con lui sul fatto che loro figlia ha il diritto di essere trattata al pari di un maschio.

Se il marito si dispera per il disordine che la moglie genera in casa, può lamentarsi a gran voce che la figlia non riordina mai la propria stanza.

La moglie che desidera far sapere al marito che lo considera stupido può sottolineare come il figlio, che è tutto suo padre, avrebbe bisogno di un test di intelligenza per determina­re se non sia ritardato.

Ovviamente più figli sono disponibili meno è probabi­le che si giunga a una separazione. Non importa quanto orribi­le sia un’unione,

  • la coppia può sempre dire che è quel mostro di loro figlio a renderli infelici;
  • oppure può offrire la scusa più abusata per giustificare la pessima qualità di un matrimonio: “Dobbiamo sopportare queste liti e ri­manere insieme per il bene di queste terribili creature”.

Photo by Heidy Sequera on Unsplash


L’idea di descrivere i meccanismi per complicare i problemi anziché quelli per risolverli deriva dalla consapevolezza clinica che gli esseri umani sono prima artefici e poi vittime delle realtà che costruiscono. Come ricorda Von Foerster (2001), «la realtà non è che la costruzione di coloro che credono di averla scoperta e analizza­ta. Ciò che viene ipoteticamente scoperto è un’invenzione, il cui inventore è inconsapevole del proprio inventare e considera la realtà come qualcosa che esiste indipendente­mente da sé».

Negli ultimi trent’anni il sistematico processo di «ricerca-intervento» portato avanti dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo, ha permesso di individuare una serie di «tentate soluzioni» messe in atto con l’intento di risolvere  i problemi ma che, in realtà, anziché risolverli, li alimen­tano trasformandoli in vere e proprie patologie (Watzlawick e Nardone, 1997).

Solo se ci si occupa di come i sistemi umani costruiscono i problemi e persistono nel mantenerli si puo’ arrivare a progettare e applicare pratiche strategie di intervento capaci di produrre rapidi e risolutivi cambiamenti in tali sistemi.


 

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