Confusione tra lutto e depressione

Il DSM-5 Il (il piu’ recente manuale diagnostico dei disturbi mentali, bibbia della psichiatria) ha reso più semplice diagnosticare il Disturbo Depres­sivo Maggiore (DDM) a chi ha perso una persona cara, anche nelle prime settimane dopo l’evento scatenante.

E questo senza tener minimamente conto del fatto che tutti facciamo periodicamente esperienza di sintomi identici alla depressione clinica nell’ambito del normale processo di elaborazione del lutto. Sentimenti di tristezza, perdita di interesse, difficoltà a prendere sonno e mangiare, energia ri­dotta, difficoltà a lavorare: si tratta di una serie di manifestazioni facilmente riconoscibili, la classica rappresentazione del lutto. Ma questi stessi sintomi definiscono la depressione clinica. Il DDM non deve essere diagnosticato in queste circostanze, a meno che la per­sona in lutto abbia propositi suicidi, sia preda di allucinazioni o soffra di sintomi che sono gravi, prolungati e invalidanti.

Noi mammiferi conosciamo il lutto. È l’altra faccia della medaglia e il prezzo da pagare per una nostra caratteristica fondamen­tale: l’attaccamento a chi gli sta vicino. All’inizio del nostro cammino terreno abbiamo bisogno della madre non solo per ricevere il latte, ma anche per ricevere amore. Le nostre esistenze si riducono a un ciclo continuo di attaccamento e perdita. E quando moriamo altri ci piangeranno. L’uomo non è l’unico animale che conosce accudimento e lutto. Ci comportiamo come tutti gli altri mammiferi.

Medicalizzare il lutto:

  • toglie dignità al dolore;
  • fa andare in corto circuito i meccanismi di elaborazione della perdita;
  • riduce la capa­cità di affidarsi a processi rituali e culturali collaudati per placare il dolore;
  • ed espone chi ha subito la perdita a farmaci inutili e poten­zialmente dannosi.

Non c’è un solo modo corretto e codificato di elaborare il lutto. Culture diverse prescrivono un’ampia varietà di reazioni comportamentali ed emotive e di rituali tradizionali. An­che all’interno di una stessa cultura, individui normali presentano differenze importanti nel contenuto, nei sintomi, nella durata e nel livello di menomazione del lutto e nella capacità di trarre consola­zione e sostegno dagli altri.

A parte quei casi in cui l’esigenza è chiara, la psichiatria non dovrebbe imporre i propri rituali quando sono inutili e fuori luogo. La medicalizzazione del lutto manda un messaggio sbagliato al «pa­ziente» (etichettato come malato, come se il dolore che prova non fosse giustificato) e al resto della famiglia.

Uno dei tanti casi in cui la medicina si erge a «filosofia morale» stabilendo come, in che misura e per cosa valga la pena soffrire nella vita.

Definire il lutto in modo fuorviante come disturbo mentale riduce la dignità della vita che se n’è andata e le reazioni alla perdita di chi rimane. Rischiamo di rimpiazzare la solennità dei riti funebri tradizionali che stanno al cuore di ogni cultura con un rituale medicalizzato, parziale, superficiale e spersonalizzante.

La maggior parte degli individui si riprende dopo la perdita senza fare confusione ingurgitando una pillola!

La preoccupazione che ci possano essere casi di Disturbo Depressivo Maggiore tra chi subisce una perdita è legittima. Quando una persona preda del dolore comincia a covare propositi suicidi, diventa psicotico o agitato o inabile fisicamente, la diagnosi di depressione è sicuramente legittima e la terapia dovrebbe essere cominciata subito. Ma si tratta di eccezioni.

Il lutto è parte della vita e la mag­gior parte di noi lo elabora grazie alla famiglia e a sostegni di tipo culturale, non con una diagnosi e una terapia psichiatrica (Wakefield e Schmitz 2012; Kleinman 2012; Cacciatore 2012).

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