Compulsioni: consigli per familiari ed amici

«È vero che non sei responsabile di quello che sei, ma sei responsabile di quello che fai di cio’ che sei» Jean-Paul Sartre
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Quando una persona cara soffre di ossessioni e/o compulsioni la famiglia viene a trovarsi in una condizione di estremo coinvolgimento nel disturbo, però è quasi sempre sprovvista di strumenti di fronte ai problemi che il disturbo comporta nella vita quotidiana. Questa pagina vuole essere una sorta di bussola di riferimento per quanti si trovano a dover affrontare situazioni simili.

Capita spesso che i genitori, il partner o i familiari si accorgano di alcuni ritardi o di comportamenti strani bizzarri, eccessivi, ancor prima del familiare che ne è colpito. Questo accade perchè la vergogna suscitata dai comportamenti bizzarri puo’ indurre il soggetto a banalizzarne l’evidenza o a cercare in tutti i modi di nasconderli a chi gli sta vicino. A volte lui stesso non capisce il fenomeno di cui si sente vittima: «come mai lui ha queste preoccupazioni e gli altri no? Perché si sente costretto a compiere ripetutamente certi gesti in circostanze che agli altri non causano alcun problema?»

La famiglia, quindi, puo’ avere un ruolo molto importante nel:

Imparare a riconoscere il DOC: informatevi e informatene gli altri. Siti del genere servono anche a questo.

Incoraggiare la presa di coscienza del familiare che ne soffre: certi pazienti prendono coscienza del proprio disturbo soltanto dopo aver visto qualche trasmissione televisiva, dopo aver letto un libro o un articolo di giornale. La famiglia può svolgere lo stesso ruolo informativo, a condizione che conosca tanto bene il disturbo da indurre il proprio caro, bambino o adulto che sia, ad ammettere il carattere anormale o eccessivo di alcuni comportamenti e l’infondatezza di certe angosce. Ci vuole ovviamente tatto e disponibilità per far accettare a chi si ama il fatto che soffre di un disturbo psicologico.

Nonostante lo sforzo dei familiari, accade spesso che la persona in preda ad atteggiamenti depressivi, possa pensare: «Perché curarmi, dal momento che la mia vita non ha più importanza?» (vedi qui di seguito)

Altre volte non ha fiducia nelle terapie. Questo problema è più semplice: basta fornirgli le informazioni necessarie ad esempio ricordandogli che ci sono cure efficaci che possono portare a miglioramenti significativi anche in tempi rapidi. L’approccio breve strategico rappresenta un esempio di best practice per disordini di questo tipo.

Molti si chiedono se sia possibile costringere a curarsi chi soffre di ossessioni e/o compulsioni.

La risposta è NO, ma si puo’ evitare di diventare complici del problema, aggravandolo.

In genere la famiglia è responsabile dell’evoluzione del disturbo nella misura in cui prende parte attiva agli evitamenti o ai rituali del soggetto colpito. I familiari, ad esempio, possono cedere alle sue esigenze di pulizia o verificare in sua vece la chiusura dei rubinetti del gas, della luce o delle porte. Sono proprio questi “aiuti” messi in atto con le migliori intenzioni a far persistere e ad aggravare il disturbo.

Proprio perché è tanto coinvolta nei rituali, la famiglia puo’ avere un ruolo decisivo nel diventare un valido appoggio terapeutico anche se il familiare rifiuta di curarsi. In che modo?

Consultando uno specialista che sia in grado di mettere a punto un programma d’intervento indiretto di progressivo ritorno all’autonomia.

In questi casi, in linea di massima, i familiari pongono allo psicologo due questioni fondamentali:

  1. «Che cosa bisogna fare? Come aiutarlo?»
  2. «Che cosa non bisogna fare? In che modo per non aggravare il problema?»

Cercando di rispondere alla prima domanda, lo psicologo potrà richiedere alla famiglia di:

Collaborare al trattamento fungendo da coterapeuti: si è constatato che la famiglia può contribuire a migliorare notevolmente le ossessioni compulsive se collabora alla terapia.

Valutare i comportamenti problematici: la famiglia potrà collaborare nella valutazione dell’intensità del disturbo e partecipare così alla cura, fornendo allo specialista un quadro dettagliato del problema.

Assumere un ruolo decolpevolizzante: sarà fondamentale far capire al familiare con DOC che non è colpa sua, che non è cattivo, che nessuno ce l’ha con lui e che si continuerà ad amarlo, anche se a volte si è sasperati dai suoi rituali. Che non è assolutamente «pazzo», come teme la maggior parte di chi è affetto dal disturbo. Non è insensato, conserva intatta la ragione, anzi il problema semmai è la troppa ragione!

Ridurre il proprio coinvolgimento nei rituali resistendo alla tentazione di accelerare i tempi: una volta che il programma di cambiamento è cominciato, con l’aiuto dello specialista, occorrerà diminuire progressivamente ogni comportamento di sostegno ai rituali, arrivando a un accordo con il familiare sofferente e senza coglierlo mai di sorpresa. In pratica, si dovrà iniziare ad astenersi progressivamente dal:

  • lavare al suo posto;
  • verificare al suo posto;
  • accettare che vi siano stanze chiuse, o il cui accesso sia interdetto, e luoghi da evitare;
  • ripetere quello che dite più di una volta.

Sarà comunque lo specialista che vi aiuterà a definire quello che è possibile fare e quello che non lo è!

Sapersi adattare entro certi limiti prevedendo i fattori di stress: chi è affetto da DOC è più vulnerabile di fronte a certi eventi; cambiamenti nelle abitudini quotidiane come traslochi o partenze per le vacanze; cambiamenti familiari come nascite, matrimoni o lutti; cambiamenti professionali come promozioni, licenziamenti, e via dicendo. Gli riesce anche più difficile resistere ai rituali quando è stressato, affaticato o abbattuto. Bisognerà tenerne conto nel vostro atteggiamento, si dovrà essere un po’ più pazienti, un po’ più indulgenti; e, soprattutto, assecondarlo! Ma tendendo sempre presente che a volte l’imposizione dell’igiene o di precauzioni inutili può avere ripercussioni che non vanno sempre accettate.

Cercando di rispondere alla seconda domanda, invece, lo psicologo potrà richiedere di:

Evitare di farne un problema personale: la famiglia può esercitare un’azione controproducente attraverso giudizi di valore che aggravano i sensi di colpa: «devi scuoterti!», «assumi la responsabilità di te stesso! », «ti dai troppo retta!» o «abbi un po’ di volontà!»: frasi del genere non fanno che aggravare il senso di colpa e la disperazione del soggetto, inducendolo a mantenere il segreto.

Evitare accuratamente i buoni consigli o le buone parole come «ti preoccupi troppo», «sii meno nervoso», «ti prendi troppo sul serio», «non sai approfittare dei momenti buoni della vita». È preferibile tacere piuttosto che fare affermazioni inutili o moralistiche e colpevolizzanti. E ugualmente vano sarà discutere per tutta la notte il valore di una compulsione o il fondamento di un’ossessione.

Evitare di aumentare il proprio coinvolgimento nei rituali: se da un lato non bisogna interrompere di punto in bianco tutti i rituali ai quali la famiglia partecipa, dall’altro è importante non incrementarli; bisogna cioè resistere alla tentazione di fare «di più». Ad esempio, un modo di resistere alle pressanti richieste di un figlio, di un coniuge o di un genitore è quello di coniare frasi fatte da utilizzare nei momenti difficili: es. «È meglio per te che non compia rituali al posto tuo» o «Sai perfettamente che non serve a niente e che aggraverebbe, invece, le tue ossessioni». Naturalmente, lo specialista potrà aiutarvi a trovare la giusta misura e a orientarvi nei momenti di dubbio. Non fare di più è già una buona cosa!

COSA SONO

COME SI FORMANO

ISTRUZIONI PER DIVENTARE COMPULSIVI

PSICO SOLUZIONI

PREVENZIONE


AVVISO: Le tecniche, i suggerimenti pratici e i consigli contenuti in questa sezione non sostituiscono il parere dello specialista, al quale è sempre indispensabile rivolgersi per qualsiasi diagnosi o terapia specifica. Pertanto, l’autore non puo’ ritenersi responsabile per ogni eventuale uso scorretto delle tecniche descritte in questa sezione da chiunque si avvalga delle stesse a fini terapeutici o diagnostici senza aver previamente interpellato lo specialista, l’unico in grado di fare una diagnosi corretta e adattare l’intervento al caso particolare.


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