Dismorfofobia, BDD(body dysmorphic disorder)

«L’assenza di difetti nella bellezza è di per sè un difetto» H.H. Ellis

 

Narciso si innamora di se stesso quando vede il suo riflesso nello specchio d’acqua. Si estranea, vive in una contemplazione estasiata della sua bellezza, non riesce a rispondere all’amore di Eco, finisce ossessionato dalla perfezione e annega nella propria immagine.

Il dismorfofobico vede la sua immagine riflessa nello specchio come mo­struosa. La vergogna lo assale e lo isola, non è possibile mostrarsi, finisce ossessionato dalla reale o presunta imperfezione e annega nell’immagine che vorrebbe e che non ha.

Entrambi pagano la focalizzazione estetica con la solitudine, con l’impossibi­lità di relazionarsi agli altri. E come se i poli estremi di bello e brutto contaminino la possibilità di una vita sociale, di una serie di attività, intaccano l’identità a tal punto che il riconoscimento di se stessi diventa impossibile.

Il dismorfismo corporeo appare come una generale difficoltà a fare i conti con una discrepanza: come si pensa sia il proprio corpo e come si vorrebbe che fosse. Un confronto stringente tra un io ideale e un io reale, tra il come vorrei, come desidero essere e come sono. Tale discrepanza può essere così forte da far percepire imperfezioni e malformazioni inesistenti. Ed è presente la fantasia che se quell’unico difetto fosse risolto la vita sarebbe facile e bellissima e i problemi inesistenti.

Le zone del corpo più di frequente oggetto di preoccupazione sono:

  • pelle (73%).
  • capelli (56%)
  • naso (37%) (Phillips e Diaz, 1997; Phillips, 2005b);

In realtà qualsiasi parte del corpo può essere focalizzata. Inoltre, durante la propria vita i pazienti spostano le loro preoccupazioni su più parti. Alcuni, invece, sono maggiormente preoccupati per il loro aspetto complessivo, in quanto ritengono il loro corpo, ad esempio, troppo piccolo o non adeguatamente muscoloso (Pope et al., 1997; Pope et al., 2005).

Aspetto compulsivo

Frequenti sono le condotte compulsive di controllo del proprio aspetto, prima fra tutte il guardarsi allo specchio. Il soggetto esercita un monitoraggio continuo e attiva comportamenti mani­polativi per migliorare o rimuovere i difetti del proprio corpo. Naturalmente più aumenta il tempo passato davanti allo specchio, più aumentano i controlli sugli aspetti estetici, e più cresce l’insoddisfazione. In sostanza il bisogno di controllo produce effetti esattamente contrari a quelli che si vorrebbero ottenere (Sassaroli, Lorenzini e Ruggiero, 2006). Circa la metà dei pazienti passa tre o più ore in rituali come camuffare un difetto o nasconderlo, cambiarsi spesso i vestiti, passare molto tempo in palestra e cercare di correggere con tecniche estetiche i loro difetti. Questi comportamenti protettivi hanno lo scopo illusorio di evitare o ridurre le emozioni negative o giudizi umilianti (Phillips e Kaye, 2007). 

Aspetto paranoico

I pazienti dismorfofobici sono spaventati dalla possibilità di essere valutati negativamente dagli altri e molti di loro sperimentano idee di riferimento. Ad esempio, possono pensare che gli altri abbiano un’attenzione particolareggiata per i loro difetti. Credono di essere al centro dell’attenzione e pensano che gli altri abbiano un atteggiamento critico, giudicante con tendenze alla derisione e alla ridicolizzazione nei loro confronti. Percepire gli altri come rifiutanti, a sua volta, può rinforzare le credenze circa la propria bruttezza percepita e la scarsa desiderabilità sociale. Queste credenze generano emozioni di vergo­gna e rabbia con conseguenti comportamenti di evitamento o aggressione anche violenta (Phillips, 2004; Mancuso et al., 2010).

Micro-interventi e interventi chirurgici

Negli ultimi tempi questa patologia si è largamente diffusa soprattutto nel mondo occidentale, dove l’immagine artefatta e artificiosa­mente delineata con tecniche estetiche plurime è stata messa al centro del benessere e del successo. Ma, la bellezza definita da canoni estetici rigidi e assoluti, si trasforma nella sua parodia, diventando bruttezza scambiata per bellezza.

Come accade per altri disturbi somatoformi non c’è consapevolezza della sua origine psicologica e la richiesta terapeutica viene rivolta a chirurghi plastici e dermatologi rifiutando ener­gicamente un approccio diverso. Cio’ permette di salvare la propria identità con un ragionamento del tipo: «Non sono io che non vado bene, ma semplicemente il mio dito mignolo che non è perfettamente dritto, appena riuscirò a raddrizzarlo tutto andrà a posto».

I ricorrenti e costosi interventi di «cosmesi» (chirurgia, dermatologia, odontoiatria, ecc.) naturalmente non solo non sono risolutivi e comportano spese ingenti che incidono sulle risorse economiche personali e familiari, ma possono avere anche degli effetti paradossali: la parte del corpo ritoccata non si integra piu’ con il resto che, a sua volta, diventa oggetto di attenzioni morbose: la soluzione non puo’ che essere un ulteriore intervento chirurgico e cosi’ via. Molte ricerche attestano che chi si sottopone a interventi chirurgici di vario tipo per migliorare il proprio aspetto, spesso si ritiene insoddisfatto del risultato (Kisely et al., 2002). A questo si associa il senso di colpa, attribuito a propri comportamenti inadeguati che hanno concorso a peggiorare l’imperfezione anzichè eliminarla nel caso in cui il risultato non fosse quello che ci si aspettava. Infine, la frustrazione di uno scopo così importante, quello di avere un’immagine senza imperfezioni promesso dalla chirurgia estetica, può suscitare rabbia anche nei confronti di chi i difetti dovrebbe eliminarli e non riesce ad eliminarli, come illusoriamente ci si aspetterebbe quando ci si rivolge a professionisti competenti.

Ruolo di amici e familiari

A volte gli altri cercano di attribuire a questi difetti il significato di piccole anomalie, ma così facendo non comprendono fino in fondo l’importanza che invece rivestono per chi vede queste piccole anomalie come il segno di una drammatica deformitàSi è di fronte a un muro invalicabile che viene rafforzato da ogni tentativo di scalfirlo

«Quell’io ch’egli disperatamente vuole essere è un io che egli non è […] no­nostante tutta la sua disperazione, egli non lo può fare […] costretto ad essere un io com’egli non vuole essere, è il suo tormento, il tormento di non poter sbarazzarsi di se stesso» Kierkegaard, 1972

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