Il Mito della spontaneità: alla ricerca di «se stessi» ci si puo’ perdere!

«Spesso si dice che questa o quella persona non ha ancora trovato sé stesso. Ma l’Io non è qualcosa che si scopre: è qualcosa che si crea» Thomas Szasz

«Non c’è nulla di artificiale che non possa essere reso naturale e nulla di naturale che non possa essere reso artificiale attraverso l’esercizio» Blaise Pascal

Provate a comportarvi per una settimana, in modo palesemente forzato, interpretando uno tra i ruoli qui sotto riportati e seguendo le semplici istruzioni collegate:

Lo «sportivo»:

  • Svegliatevi alle 6 e fate 30 minuti di corsa ed esercizi;
  • Mangiate sano;
  • Andate in palestra almeno 3 volte.

Lo «stacanovista»:

  • Arrivate al lavoro con 30 minuti di anticipo e ve ne andate 30 minuti dopo;
  • Lavorate energicamente spronando i colleghi;
  • La sera dedicate un’ora di tempo alla progettazione di cio’ che farete domani al lavoro.

Il «religioso»:

  • Andate tutti i giorni alla prima messa della mattina;
  • Ogni giorno alle 12 dite una serie di almeno 5 preghiere;
  • Andate ogni giorno alla messa della sera.

Ora, lasciate per un attimo da parte questo esercizio e pensate quante volte vi siete sentiti dire da esperti o presunti tali di benessere psicologico:

«Sii te stesso», oppure «Devi ritrovare il tuo vero Io» o ancora «Lascia emergere quello che sei veramente»?

Come se l’«Io» fosse qualcosa di tangibile, concreto e costante all’interno di ogni individuo.

Come se «essere se stessi» significasse essere fedeli ad una propria natura intrinseca e tutto ciò che è naturale fosse buono in sé.

E, infine, come se fosse possibile divenire volontariamente spontanei!

Beh, le cose non stanno esattamente cosi’.

Sul piano strettamente pratico:

L’Io è un concetto astratto, non qualcosa di concreto e stabile. Pretendere di circoscrivere una realtà mutevole e dinamica qual è quella dell’organismo umano, è un po’ come tentare di acchiappare con le mani un fiume che scorre: impossibile.

L’uomo ha una storia, non una natura e, ammesso che sia possibile riferirsi ad una propria natura intrinseca, bisogna sempre considerare il fatto che tutto cio’ che è naturale non è buono in sè per il solo fatto di essere naturale.

Inoltre, gli studi di Henry Laborit (1982), Premio Nobel per la biologia, dimostrano come la spontaneità non sia altro che l’ultimo apprendimento divenuto acquisizione. Quindi, ciò che spesso definiamo «reazioni spontanee» altro non sono che il frutto di tutta la nostra esperienza, l’esito della ripetizione sino all’automatismo di certe azioni e atteggiamenti. Azioni e atteggiamenti che, a loro volta, vengono dinamicamente e costantemente costruite in base al tipo di linguaggio che utilizziamo con noi stessi e con gli altri: il linguaggio, infatti, ci parla piu’ di quanto noi lo parliamo. Non solo, convincendoci poi che quelle azioni e quegli atteggiamenti siano autentiche reazioni spontanee, agiamo nel mondo selezionando quelle percezioni e quelle azioni che vanno a confermare, con i fatti concreti, cio’ che abbiamo costruito: una realtà inventata produce degli effetti concreti!

Tutto ciò che viene definito «naturale» e «spontaneo», come si puo’ ben capire, è il risultato di processi che di naturale e spontaneo hanno ben poco! Questo ci deve far disilludere rispetto al pregiudizio positivo sulla spontaneità, poiché questa letteralmente NON ESISTE se non negli stadi davvero primari della nostra vita.

Ora, com’è possibile su questa base pensare che esista un Io e la sua spontaneità da conoscere e realizzare?

Ammettiamo, per assurdo, che l’Io sia qualcosa di tangibile e che sia possibile scoprirne la sua vera essenza. Chi ci direbbe qual è il nostro vero Io e la nostra autentica spontaneità? Un libro? Un esperto? Una teoria? Se sì, su quali basi conoscitive e con quali strumenti ci condurrebbero a tale verità?

Il rischio è che «essere se stessi» debba corrispondere alle credenze e/o alle ideologie di chi lo pronuncia, che sia un altro o proprio noi. Infatti, come afferma Albert Einstein «E’ la teoria dell’osservatore che decide cio’ che puo’ essere osservato» che nel nostro caso diventa «sono le credenze e i valori della persona che esprime la teoria a cui facciamo riferimento in questo processo di ricerca a decidere cio’ che è o non è il «Vero Io».

Quindi, nella realtà dei fatti, la ricerca della vera matrice del proprio essere e il raggiungimento della sua libera espressione, viene a costruirsi, attraverso un processo di sottile e spesso nemmeno consapevole influenzamento e indottrinamento intrapersonale o interpersonale, a immagine e somiglianza delle teorie assunte da noi stessi o dall’esperto di turno. In quest’ultimo caso:

Se l’esperto crede nell’associazione mistica, com’è il caso spesso di quei santoni che fondano vere e proprie sette, spingerà ad associarsi alla propria ideologia e al proprio gruppo;

Se crede fermamente in regole sociali rigide indurrà ancora una volta all’acquiescenza verso le medesime;

Se, invece, crede che la realizzazione del sé preveda la liberalizzazione sessuale e l’emancipazione da ogni limite in ogni direzione, «consapevole o no», spingerà l’individuo in quella direzione.

Il problema è che questo tipo di credenze incidono pesantemente sulle scelte di vita di chi le segue, talvolta provocando veri e propri disastri personali e interpersonali (rottura di legami di coppia, crisi familiari, comportamenti devianti…). Tutto ciò perché, se viene assunto come obiettivo quello della realizzazione di un ipotetico Io interno, tutto quello che contrasta con questo viene vissuto come conflittuale o come realtà da distruggere. Di conseguenza seguendo le tracce del presunto Io indicate dall’esperto, ci si troverà nella condizione di scegliere se aggredire e rompere con tutto quello che impedisce ciò oppure se mettere in crisi il rapporto con lui.

La cosa che poi appare davvero grottesca è che, come è ben noto agli studiosi del paradosso, voler essere spontanei è di per se stesso un limite alla spontaneità. Questo perché, nel momento in cui ci si autoimpone di comportarsi in maniera naturale, si entra nella trappola di chi volontariamente si sforza di essere naturale e proprio per questo cessa immediatamente di esserlo!

A questo punto appare chiaro come, l’idea di basare il raggiungimento del proprio equilibrio psichico sull’ipotesi che esista un «Vero Io» costante e immutabile da portare alla luce e da esprimere, conduca inevitabilmente ad una complicazione dei problemi piuttosto che ad una loro soluzione!

Infatti, la decisione di intraprendere un viaggio alla «ricerca di se stessi» spesso coincide con la decisione di credere a qualcosa (la propria teoria o quella di qualcun altro) dimenticando poi la decisione iniziale di credere. Quindi un autoinganno per definizione! In fondo, come afferma Anton Cechov, «L’uomo è cio’ in cui crede»

Piuttosto che giungere ad una consapevolezza piena del nostro «essere», lo costruiamo sulla base delle nostre percezioni, dei nostri pensieri, del nostro linguaggio e dei nostri comportamenti. Ciò che ci sembra il ritrovamento della vera matrice del nostro essere, altro non è che una sua costruzione!

In poche parole, la presunta esistenza dell’«Io» e la teoria in cosa questo debba consistere sono due realtà non verificate che si verificano a vicenda esattamente come accade nella seguente storia:

Un turista nell’isola di Cartagena aveva notato che ogni giorno, a mezzogiorno, si udiva tuonare il cannone del bastione. Poiché l’orologio del turista aveva qualche minuto di anticipo rispetto all’orario indicato dal cannone, aveva chiesto al capitano della guarnigione se fosse proprio certo della puntualità del suo orologio.

«Ma sicuro, signore, che ne sono certo!» aveva risposto impettito l’ufficiale.

«Chiedo scusa per l’insistenza, ma su che cosa basa la sua certezza?»

«E’ molto semplice, ogni mattina regolo il mio orologio sull’antica pendola esposta nella vetrina dell’orologiaio, in piazza del municipio»

Soddisfatto della risposta, il turista aveva ripreso la passeggiata, ritrovandosi di lì a poco davanti all’orologiaio. Spinto da irrefrenabile curiosità, entrò a conoscere l’anziano artigiano. «Vorrei sapere come fa a regolare l’antica pendola che è esposta in vetrina»

«Ah, quella… è molto semplice figliolo…ho un sistema infallibile! Tutto il paese regola con sicurezza l’orario in base alla vecchia pendola perché non sbaglia mai! Vuole sapere qual è il mio segreto? Regolo l’ora in base al cannone!»

Ne discende che è più sensato chiedersi come fare per costruire una spontaneità piu’ funzionale che sapere chi sono Io veramente!

Per verificare in modo pratico come le nostre esperienze, nella loro variabilità situazionale e temporale, determinino cambiamenti sostanziali nel nostro modo di percepire ed elaborare la realtà, compresa quella relativa a noi stessi, provate a fare il semplice esercizio che introduce l’articolo.

C’è il rischio concreto che possiate trovare il vostro «Vero Io», almeno per una settimana. Provate per credere o meglio credete per provare!

«L’uomo non ha una natura ma una storia. L’uomo non è altro che un dramma. La sua vita è qualcosa da scegliere, costruire mentre procede. L’essere umani consiste in quella scelta e in quella inventiva. Ogni essere umano è il romanziere di se stesso, e sebbene possa scegliere tra essere uno scrittore originale o uno che copia, non può evitare di scegliere. È condannato a essere libero» José Ortega y Gasset


BIBLIOGRAFIA:

Nardone G. (2006), Manuale di sopravvivenza per psico-pazienti, Tea (collana Tea pratica)

Nardone G. (2014), L’arte di mentire a se stessi e agli altri, Ponte alle Grazie (collana Saggi di Terapia breve)


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