Ricercare le cause di un problema è davvero utile?

«Quelli che continuano a domandare perché, sono come i turisti che davanti a un monumento leggono la guida, e proprio la lettura della storia della sua origine etc…impedisce loro di vedere il monumento» L. Wittgenstein

Molti pensano che, per uscire da una situazione d’impasse psicologica, sia sufficiente parlare di se stessi o del proprio passato con lo psicologo alla ricerca delle possibili cause ma, come ci insegnano gli esperti di logica, conoscere la causa di un problema (ammesso che sia possibile trovarne una) non equivale a trovare o a saper applicare la soluzione. Quando si fa riferimento ad un problema psicologico viene quasi spontaneo chiedersi il “perchè” questo venga a presentarsi, ovvero si ha la tendenza a cercare la spiegazione piuttosto che la soluzione. La trappola è che la soluzione non necessita prima della spiegazione, ma è la spiegazione che necessita prima della soluzione, poichè sono le soluzioni che risolvono il problema a spiegare come funzionava il problema che hanno risolto, e non viceversa. La soluzione è la spiegazione!

Questa apparente ovvia considerazione taglia fuori la stragrande maggioranza dei modelli psicologici e psichiatrici, i quali, sulla base di una epistemologia determinista o riduzionista, cercano di ricostruire la cause passate di un problema presente con la convinzione che, una volta svelate e rese consapevoli queste, il problema sfaterà. Le cose, pero’, non stanno esattamente cosi’.

Il nostro corpo non elimina i veleni conoscendone il nome. Cercare di controllare la paura o la depressione o la noia scoprendone le probabili cause è come far ricorso alla superstizione della fiducia nelle maledizioni e nelle invocazioni.

Nella realtà, sapere PERCHÈ si “cade in una buca” non ci dà alcuna informazione su COME uscirne!

Ovvero, non esiste alcuna connessione «causale lineare» o «unidirezionale» tra come un problema si è formato in passato e come questo poi persiste nel presente e soprattutto non esiste alcun nesso logico tra come il problema si è formato e come puo’ essere cambiato e risolto.

Come diceva Confucio «I meccanismi mentali che utilizzo per costruire un problema sono diversi dai meccanismi mentali che mi servono per risolvere lo stesso problema».

L’atteggiamento di ricercarne le cause trova la sua radice in una secolare concezione sulla causalità delle cose o «causalità lineare». Questa prevede che vi sia un lineare rapporto di causa-effetto tra gli eventi naturali sia biologici che psichici. Da tale prospettiva appare necessario, per risolvere un problema, risalire alle cause iniziali del medesimo. Queste cause ovviamente debbono essere precedenti agli effetti; percio’ si ritiene necessaria un’analisi del passato per risolvere il problema nel presente.

Nel contesto dei problemi umani, questa obsoleta e riduzionista  concezione della causalità sta alla base dei principali modelli psicologici e psichiatrici: che sia il “trauma originario” degli psicoanalisti o il “condizionamento operante” del comportamentismo cambia poco a livello di epistemologia del modello teorico.

Questo tipo di modello epistemologico è stato superato da piu’ di un secolo nelle scienze fisiche e naturali. Basti pensare a:

  • PRINCIPIO DI RELATIVITÀ di Einstein
  • PRINCIPIO DI INDETERMINAZIONE di Heisenberg (1927)
  • TEOREMA DI INDECIDIBILITÀ di Godel (1931)
  • recenti studi di Maturana e Varela sulla “AUTOPOIESI” dei sistemi viventi
  • STRUTTURE DISSIPATIVE di Prigogine

La scienza attuale ha preso ampiamente le distanze dalla epistemologia basata su concezioni di causalità lineare per passare all’utilizzo di una epistemologia basata su di una concezione di CAUSALITÀ CIRCOLARE, nella quale si assume che non esiste piu’ un inizio ed una fine, una causa che determina unidirezionalmente un effetto, ma solo un sistema interdipendente di reciproca influenza tra i fattori in gioco (biologici, psicologici e sociali) dove la causa puo’ diventare effetto e l’effetto, a sua volta, puo’ diventare causa, in un processo dinamico senza fine.

Da qui l’esigenza di studiare il fenomeno nella sua globalità, tendendo sempre presente che ogni variabile si esprime in funzione del suo rapporto con le altre variabili ed il contesto situazionale. Ne consegue direttamente che l’isolamento di una singola variabile per lo studio delle sue caratteristiche conduce inesorabilmente ad un riduttivismo che non puo’ rappresentare interamente le prerogative della singola variabile, nè puo’ portare alla ricostruzione dell’interazione tra i diversi fattori interdipendenti. Si pensi ad esempio al processo di ricostruzione del passato nei modelli psicodinamici oppure alla tendenza della medicina attuale di voler studiare l’uomo a pezzi senza considerare che la somma delle singole parti non è uguale all’insieme!

Cio’ che è importante fare, nell’ottica di studiare un problema alla ricerca delle sue soluzioni, è passare dal quesito:

«Perchè esiste un problema» (come si forma), «Il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza»

al quesito «Come funziona un problema» (come persiste e si complica) o meglio «Come funziona che non funziona», mediante la rete di retroazioni percettive e reattive tra il soggetto e la sua realtà personale ed interpersonale.

Il passaggio è dall’analisi dei contenuti all’analisi dei processi.

«Un esperto marinaio non conosce la profonda verità del mare nè tantomeno il perchè dei suoi mutamenti, ma sa come attraversare gli oceani e fronteggiare le tempeste»

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