Quando la diagnosi inventa la malattia…

 «Una delle malattie piu’ diffuse è la diagnosi» K. Kraus

 

«Il giorno 27 Aprile 1989 nella città di Grosseto è accaduto un fatto apparentemente strano: una donna in preda ad una crisi “maniaco-depressiva” venne condotta al Pronto Soccorso del locale ospedale. Qui i medici, dopo una visita sommaria, somministrarono alla persona una forte dose di sedativi e la ricoverarono. Ma, siccome l’ospedale non era fornito di un reparto psichiatrico, il ricovero venne programmato come un’urgenza in attesa del trasferimento presso un’altra clinica del territorio dotata di un idoneo servizio psichiatrico. Il giorno dopo arrivo’ l’ambulanza e gli infermieri andarono a prelevare la signora per il trasferimento. Questi trovarono una signora seduta sul letto e la invitarono a seguirli fino all’ambulanza. La signora rispose scocciata affermando di non essere lei la “malata” e che stavano sbagliando persona. Gli infermieri insistettero e lei comincio’ a irritarsi alzando la voce, ma questi cercarono di prenderla con forza. La donna si dimeno’ violentemente urlando; venne pertanto chiamato il medico di guardia che le fece un’iniezione di forte sedativo, dopo di che venne finalmente caricata nell’ambulanza. Durante il viaggio furono necessarie altre dosi di sedativo per le reazioni “violente” che la persona manifestava ogni qual volta si riprendeva. Ma il fatto sorprendente per medici e infermieri fu che l’ambulanza venne fermata da una pattuglia dei carabinieri alla stazione di Orte, poichè questi erano stati avvisati che la persona prelevata non era quella giusta, ma una parente della persona ricoverata per il ‘disturbo psichico’».

Al di là del carattere grottesco e drammatico di questo episodio, viene da chiedersi:

Come è possibile che si scambi una persona perfettamente equilibrata, che addirittura presta servizio di assistenza, per un malato di mente?

La prima importante constatazione da fare è che, dal momento in cui si viene ricoverati con una diagnosi quale “disturbo maniaco-depressivo” o ‘crisi ciclo-timica’ o ‘psicosi endogena’ etc etc, una serie di avvenimenti come quelli descritti sopra sono una diretta e prevedibile conseguenza di questi etichettamenti patologici e patogeni!

Dal momento in cui si attribuisce una diagnosi psichiatrica, qualunque reazione che una persona possa manifestare (reazioni che in altri contesti situazionali sarebbero ritenute perfettamente sane) puo’ confermare la diagnosi di malattia mentale: siamo di fronte a un perfetto esempio di quelle che l’insigne epistemologo Karl Popper (1972) definisce ‘proposizioni autoimmunizzanti’, ossia proposizioni che non possono essere smentite in quanto si autolegittimano sia con la loro efficacia che con il loro fallimento. Popper definisce le discipline che basano la loro teoria su tali proposizioni come discipline deterministiche-riduzioniste e/o fideiste e percio’ non scientifiche (è il caso della nosografia psichiatrica tradizionale e della maggior parte dei modelli psicologici che basano i propri interventi sulla diagnosi DSM). Tali teorie hanno la caratteristica di spiegare al loro interno tutto, non solo, ma trovano la conferma di se stesse grazie alla propria autoreferenzialità:

Come il Barone di Munchausen, il quale, una volta caduto nella palude insieme al suo cavallo, tira fuori se stesso e il cavallo, tenuto stretto tra le ginocchia, dalle sabbie mobili tirandosi per il codino con la sua forte mano destra (P. Watlawick, 1990).

Per rendere chiaro questo concetto e il connesso processo di autoreferenzialità insito nell’assunzione dei criteri diagnostici psichiatrici, basta analizzare i risultati, ancor piu’ sorprendenti rispetto all’aneddoto di Grosseto, di una importante ricerca scientifica effettuata dall’insigne psicologo David L. Rosenham (1988), pubblicata anche sulla rivista “Science” nel 1973 (Vedi “Essere sani in posti malsani”), ma  dimenticato dalla psichiatria.

Se si vuole avere un ulteriore prova delle inattendibilità di qualunque forma di etichettamento e di rigida classificazione psicopatologica, è bene ricordare come nel passaggio dal DSM III al DSM IV TR (l’evoluzione del manuale internazionale di diagnosi dei disturbi mentali) è stata operata “la piu’ grande opera di terapia di massa mai conosciuta”: infatti i curatori dell’aggiornamento del manuale, sotto la pressione dei gruppi politici gay americani, hanno cancellato dalla classificazione dei disturbi mentali l’omosessualità, la quale era inserita tra i gravi disturbi mentali definiti “perversioni”, operando cosi’ una vera e propria guarigione di massa con un semplice tratto di penna: cio’ che prima era “malato” per definizione, diventa di colpo “sano” per definizione.

Nel caso della classificazione psichiatrica si osserva, infatti, anche un altro interessante fenomeno ben noto agli studiosi del linguaggio e della pragmatica: ossia il fenomeno relativo al fatto che dare il nome a una cosa significa costruire una realtà, la quale, anche se completamente inventata e scollegata dalla realtà empirica, diviene una referenza effettiva, “come se” la cosa nominata esistesse davvero:

Se, ad esempio, si definisce un soggetto “psicotico”, la sua famiglia lo tratterà come tale, i conoscenti lo tratteranno con circospezione, lui stesso si identificherà con l’etichetta comportandosi ‘come se’ fosse psicotico. Dato che ha un nome, è un fenomeno reale, la cui esistenza puo’ essere continuamente verificata. Il risultato di tale complessa interazione tra processi comunicativi e relazionali è che egli stesso finisce per confermare la «profezia diagnostica» che gli è stata attribuita.

Se è vero, come affermano i latini, che i nomi sono una conseguenza dei fatti («Nomina sunt consequentia rerum»), è vero anche il processo inverso: i fatti possono essere una conseguenza dei nomi. Infatti, non esistono nomi senza le cose che essi designano: la scoperta del nome è la scoperta dell’oggetto!

In pratica, «Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse diventano reali nelle loro conseguenze»:

«Accomodati…e non ti preoccupare per il vaso»
«Quale vaso?» (si volta per cercarlo, sfiora un vaso con un braccio e lo fa cadere a terra rompendolo in mille pezzi)
«Quel vaso!»
«Mi…mi dispiace…»
«Ti ho detto di non preoccuparti, lo farò riparare da uno dei miei bambini»
«Ma come lo sapeva?»
«Oh… e scommetto che il prossimo pensiero che ti verrà in testa sarà: L’avrei rotto ugualmente se non avesse detto nulla?» (Tratto dal film Matrix)

Ecco, nel nostro lavoro, l’espressione «non ti preoccupare per il vaso» corrisponde all’etichetta diagnostica!

A questo punto ci si potrebbe domandare:

Ma se la classificazione dei disturbi mentali e il relativo concetto di diagnosi non funzionano, come si puo’ intervenire su tali tipologie di problemi umani?

Ebbene la rottura con i rigidi schemi della psicopatologia tradizionale non significa diventare naufraghi senza alcun approdo. Anzi, dal nostro punto di vista, è sostituendo un sistema rigido di regole con un sistema elastico e con capacità di autocorrezione che si abbandona il vecchio  transatlantico incapace di navigare in acque basse e in stretti passaggi per passare all’utilizzo di una flotta variegata di imbarcazioni selezionate a seconda del mare che si deve affrontare e degli scopi della missione.

Il passaggio è da un sapere basato sul “perchè”, sulla ricerca delle cause, ad un saper fare basato  sul COME funziona il problema e COME mettere a punto le soluzioni!

Si tratta di approdare ad una visione strategica dei problemi umani, concepiti non come malattie irreversibili ma come sistemi disfunzionali di percezione e reazione nei confronti della realtà. Tale forma di operatività clinica si è dimostrata molto piu’ efficace ed efficiente rispetto alle visioni deterministiche tradizionali. (Nardone, Watzlawick, 1990; Sirigatti, 1994; Hubben, Duncan, Miller, 2001).

«Quando curi una malattia puoi vincere o perdere. Quando ti prendi cura di una persona, vinci sempre»


BIBLIOGRAFIA:

Nardone G. (2006), Manuale di sopravvivenza per psico-pazienti, Tea (collana Tea pratica)


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